Karl Marx - Il Capitale

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Marx al mercato la propria pelle e non abbia ormai da aspettarsi altro che la... conciatura. 1.6. Pluslavoro, plusvalore, sfruttamento Questo brano è preso dal capitolo settimo (11 saggio di plusvalore?, del i li bro del Capitale (cfr. supra, par . 2.4). Marx chiarisce qui che la quota di lavoro attraverso cui l ’ operaio produce il valore della propria forza-lavoro non esaurisce ( e in una società capitalistica non può esaurire) la sua gior nata lavorativa. Il tempo in cui l ’ operaio «sgobba oltre i limiti del necessa rio», che Marx definisce tempo di pluslavoro, crea dunque quel plusvalore la cui appropriazione da parte del capitalista definisce la nozione marxiana di sfruttamento. L operaio, durante una sezione del processo lavorativo, produce solo il valo re della propria forza-lavoro, cioè il valore dei mezzi di sussistenza che gli sono necessari. Poiché egli produce in una situazione che poggia sul la divisione sociale del lavoro, non produce direttamente i propri mezzi di sussistenza, ma li produce nella forma di una merce particolare, del refe per esempio, produce cioè un valore eguale al valore dei suoi mezzi di sussistenza, ossia eguale al denaro col quale li compera. La parte della sua giornata lavorativa che egli consuma a questo scopo è maggiore o minore a seconda del valore della media quotidiana dei mezzi di sussi stenza che gli sono necessari, dunque a seconda del tempo di lavoro me dio richiesto per la loro produzione. Se il valore dei mezzi di sussistenza quotidiani dell ’ operaio rappresenta in media sei ore lavorative oggetti- vate, l ’ operaio deve lavorare in media sei ore al giorno per poterlo pro durre. Se egli non lavorasse per il capitalista, ma per se stesso, indipen dente, l ’ operaio dovrebbe sempre, eguali rimanendo le altre circostanze, lavorare in media ancora per la stessa parte aliquota della giornata, per produrre il valore della propria forza-lavoro, e con ciò ottenere i mezzi di sussistenza necessari per il proprio mantenimento, cioè per la propria continua riproduzione. Ma poiché nella parte della giornata lavorativa nella quale produce il valore giornaliero della forza-lavoro, mettiamo tre scellini, l ’ operaio produce soltanto un equivalente del valore della forza- lavoro già pagato dal capitalista, poiché dunque, col valore di una crea- 1. Il refe è un filo ritorto di cotone o di canapa che serve per fare cuciture. 130 z. La cooperazione sociale e l ’ antagonismo zione, non fa che reintegrare il valore variabile di capitale anticipato, quella produzione di valore si presenta come pura e semplice riproduzio ne. Chiamo dunque tempo di lavoro necessario la parte della giornata lavorativa nella quale si svolge questa riproduzione; chiamo lavoro neces sario il lavoro speso durante di essa. Necessario per l ’ operaio, perché in dipendente dalla forma sociale del suo lavoro. Necessario per il capitale e per il mondo del capitale, perché la loro base è l ’ esistenza costante dell ’ operaio. All ’ operaio, il secondo periodo del processo lavorativo, nel quale egli sgobba oltre i limiti del lavoro necessario, costa certo lavoro, dispendio di forza-lavoro, ma per lui non crea nessun valore. Esso crea plusvalore, che sorride al capitalista con tutto il fascino di una creazione dal nulla. Chiamo tempo di lavoro soverchio questa parte della giornata lavorativa e pluslavoro (surplus labour) il lavoro speso in esso. Per conoscere il plusla voro, è altrettanto decisivo intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro soverchio, come pluslavoro semplicemente oggettivato, quanto è decisivo, per conoscere il valore in generale, intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro, come semplice lavoro oggetti vato. Solo la forma in cui viene spremuto al produttore immediato, al la voratore, questo pluslavoro, distingue le formazioni economiche della società; per esempio, la società della schiavitù da quella del lavoro sala riato. 1.7. Plusvalore assoluto e plusvalore relativo Il seguente brano è preso dal capitolo quattordicesimo ^Plusvalore assoluto e plusvalore relativo,), del 1 libro del Capitale (cfr. supra, par . 2.4). Ven gono qui indagate da Marx le due modalità fondamentali attraverso cui il capitalista può estendere il pluslavoro, e dunque il margine di plusvalore. La prima possibilità consiste nell ’ allungamento puro e semplice della gior nata lavorativa, che dà luogo a quello che Marx definisce plusvalore asso luto; la seconda consiste invece nell ’ «accorciamento del tempo di lavoro ne cessario» alla riproduzione della forza-lavoro, attraverso un 'intensificazio ne, resa possibile ad esempio da innovazioni tecnologiche 0 organizzative, della produttività del lavoro stesso. Si verifica in questo modo un cambia mento nel rapporto di grandezza tra le due parti costitutive della giornata lavorativa (lavoro necessario e pluslavoro) e dunque la produzione di un plusvalore definito relativo. La compenetrazione delle due modalità fa sì 131 Marx che il concetto marxiano di sfruttamento, così come l ’ immagine dello svilup po capitalistico che ne emerge, sia dunque dinamico. Finché il processo lavorativo è mero processo individuale, lo stesso lavo ratore riunisce in sé tutte le funzioni che più tardi si separano. Nell ’ ap propriazione individuale di oggetti dati in natura per gii scopi della sua vita, il lavoratore controlla se stesso. Più tardi, egli viene controllato. L ’ uomo singolo non può operare sulla natura senza mettere in attività i propri muscoli, sotto il controllo del proprio cervello. Come nell ’ orga nismo naturale mente e braccio sono connessi, così il processo lavorati vo riunisce lavoro intellettuale e lavoro manuale. Più tardi, questi si scindono fino all ’ antagonismo e all ’ ostilità. Il prodotto si trasforma in genere da prodotto immediato del produttore individuale in prodotto sociale, prodotto comune di un lavoratore complessivo, cioè di un per sonale da lavoro combinato, le cui membra hanno una parte più grande o più piccola nel maneggio dell ’ oggetto del lavoro. Quindi col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia necessariamente il concet to del lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoratore produtti vo. Ormai per lavorare produttivamente non è più necessario por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organo del lavoratore com plessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate. La so pra citata definizione originaria del lavoro produttivo che è dedotta dal la natura della produzione materiale stessa, rimane sempre vera per il la voratore complessivo, considerato nel suo complesso. Ma non vale più per ogni suo membro, singolarmente preso. Ma dall ’ altra parte il concetto del lavoro produttivo si restringe. La pro duzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmen te produzione di plusvalore. L ’ operaio non produce per sé, ma per il capi tale. Quindi non basta più che l ’ operaio produca in genere. Deve pro durre plusvalore. È produttivo solo quell ’ operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all ’ autovalorizzazione del capitale. Se ci è per messo scegliere un esempio fuori della sfera della produzione materiale, un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l ’ imprendi tore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbri ca d ’ istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e prodotto del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione speci- m p 2. La cooperazione sociale e l ’ antagonismo ficamente sociale, di origine storica, che imprime all ’ operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale. Dunque, esser operaio produttivo non è una fortuna ma una disgrazia. [...] Prolungamento della giornata lavorativa oltre il punto fino al quale l ’ o peraio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua for za-lavoro, e appropriazione di questo pluslavoro da parte del capitale: ecco la produzione del plusvalore assoluto. Essa costituisce il fondamento generale del sistema capitalistico e il punto di partenza della produzione del plusvalore relativo. In questa, la giornata lavorativa è divisa da bel principio in due parti: lavoro necessario e pluslavoro. Per prolungare il pluslavoro, il lavoro necessario viene accorciato con metodi che servono a produrre in meno tempo l ’ equivalente del salario. Per la produzione del plusvalore assoluto si tratta soltanto della lunghezza della giornata lavorativa; la produzione del plusvalore relativo rivoluziona da cima a fondo i processi tecnici del lavoro e i raggruppamenti sociali. Dunque la produzione del plusvalore relativo presuppone un modo di produzione specificamente capitalistico che a sua volta sorge e viene elabo rato spontaneamente, coi suoi metodi, coi suoi mezzi e le sue condizio ni, solo sulla base della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale. Al posto della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale subentra quella reale. [ '" ] Se per la produzione del plusvalore assoluto è sufficiente la semplice sus sunzione formale del lavoro sotto il capitale, se per esempio è sufficiente che artigiani i quali prima lavoravano per se stessi o anche come garzoni di un maestro artigiano, ora passino come operai salariati sotto il con trollo diretto del capitalista, si è visto d ’ altra parte come i metodi per la produzione del plusvalore relativo siano insieme metodi per la produ zione del plusvalore assoluto. Anzi, il prolungamento smisurato della giornata lavorativa si è presentato come produzione peculiarissima della grande industria. In genere, il modo di produzione specificamente capita listico cessa di essere semplice mezzo per la produzione del plusvalore re lativo appena si è impadronito di un ’ intera branca di produzione, e an cor più appena si è impadronito di tutte le branche decisive della produ zione. A questo punto diventa forma generale, socialmente dominante, del processo di produzione; continua a operare ancora come metodo particolare per la produzione del plusvalore relativo, in primo luogo, solo in quanto si impadronisce di industrie fino a quel momento subordina te al capitale solo formalmente, cioè solo nel propagarsi; in secondo luo- 133 Marx go, in quanto industrie che già l ’ hanno accettato, vengono continua- mente rivoluzionate dal variare dei metodi di produzione. Da un certo punto di vista la differenza fra plusvalore assoluto e plusva lore relativo sembra, in genere, illusoria. Il plusvalore relativo è assoluto perché comporta un prolungamento assoluto della giornata lavorativa al di là del tempo di lavoro necessario per l ’ esistenza dell ’ operaio stesso. Il plusvalore assoluto è relativo, perché comporta uno sviluppo della pro duttività del lavoro che permette di limitare il tempo di lavoro necessa rio ad una parte della giornata lavorativa. Ma se si tiene di mira il movi mento del plusvalore, questa parvenza di identità scompare. Appena il modo di produzione capitalistico, una volta per tutte, si è insediato ed è divenuto modo di produzione generale, la differenza fra plusvalore asso luto e plusvalore relativo si fa sentire, appena si tratta di far salire il sag gio del plusvalore in genere. A questo punto, presupponendo che la for za-lavoro venga pagata al suo valore, ci troviamo davanti alia alternativa: data la forza produttiva del lavoro e il suo grado normale di intensità, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante il prolungamento assoluto della giornata lavorativa; d ’ altra parte, dato il limite della gior nata lavorativa, il saggio del plusvalore si può far salire soltanto mediante la variazione relativa della grandezza delle parti costitutive di essa, lavoro necessario e pluslavoro, il che presuppone, qualora il salario non debba scendere al di sotto del valore della forza-lavoro, una variazione della produttività o intensità del lavoro. 2.8. Sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale Il seguente brano è tratto dal cosiddetto Capitolo sesto inedito del i libro del Capitale. Si tratta di un quaderno redatto da Marx tra il 1863 e il 1866 che, nonostante il titolo (Primo libro. Il processo di produzione del capi tale. Sesto capitolo. Risultati del processo di produzione immediato^ non venne poi inserito nella redazione definitiva del 1 libro del Capitale. È stato pubblicato per la prima volta nel 1933. Esso arricchisce ulteriormente l ’ immagine dinamica del concetto marxiano di sfruttamento, sviluppando la distinzione tra due diverse modalità di sussunzione del lavoro sotto il capitale. La prima, definita formale, consiste nella sottomissione al coman do del capitale di processi lavorativi «tradizionali», cioè non organizzati direttamente dal capitale, oppure regolati secondo criteri che il capitalismo stesso ha superato nel suo sviluppo: la produzione del plusvalore può avveni- 2. La cooperazione sociale e l ’ antagonismo re su queste basi soltanto nella forma del plusvalore assoluto. Nella seconda modalità di «sussunzione» (o di sottomissione) del lavoro al comando del capitale, definita reale, è il capitale stesso a organizzare il processo lavorati vo, il che rende possibile la produzione di plusvalore relativo. Il processo lavorativo diventa semplice mezzo al processo di valorizza zione, di autovalorizzazione, del capitale — mezzo per fabbricare plusva lore. Il processo lavorativo è sottoposto al capitale (è il suo proprio pro cesso) e il capitalista vi entra in qualità di dirigente, considerandolo in sieme e immediatamente come processo di sfruttamento del lavoro al trui. E questo che io chiamo sussunzione formale del lavoro al capitale - forma generale di qualunque processo di produzione capitalistico, ma nello stesso tempo forma particolare accanto al modo di produzione speci ficamente capitalistico nella sua forma sviluppata, giacché la seconda for ma ingloba la prima, mentre la prima non ingloba necessariamente la seconda. Il processo di produzione è ormai divenuto processo dello stesso capita le, un processo che si svolge sotto la direzione del capitalista, con i fatto ri del processo lavorativo in cui si è trasformato il suo denaro e allo scopo preciso di fare del denaro più denaro. Quando il contadino fin allora in dipendente e che produceva per se stesso diventa un giornaliero che la vora per un fittavolo; quando la struttura gerarchica regnante nel modo di produzione corporativo-medievale cede il posto al semplice antagoni smo di un capitalista che fa lavorare per sé degli artigiani trasformati in salariati; quando l ’ ex schiavista occupa come salariati quelli che un tem po erano i suoi schiavi ecc.; quando tutto ciò avviene, processi produtti vi sociali diversamente strutturati appaiono convertiti e immedesimati nel processo di produzione del capitale. Entrano allora in scena i muta menti che abbiamo prima descritti: il contadino già indipendente passa come fattore del processo di produzione alle dipendenze dirette del ca pitalista, che lo dirige e lo sorveglia, e il suo stesso impiego dipende da un contratto che egli ha già preventivamente stipulato, come possessore di merce (forza-lavoro), con il capitalista in quanto possessore di dena ro; lo schiavo cessa di costituire uno strumento di produzione apparte nente a colui che lo impiega; il rapporto fra maestro e garzone scompa re, e il padrone della bottega artigiana, che appariva nei confronti del l ’ apprendista come colui che possiede i segreti del mestiere, gli sta di fronte come puro e semplice possessore di capitale, mentre l ’ altro gli sta dinnanzi come puro e semplice venditore di lavoro. 135